American Road Trip

Quando parti per un viaggio sai che qualcosa cambierà. Non sai cosa succederà, non sai chi o cosa incontrerai lungo la tua strada, ma sei sicuro che al tuo ritorno sarai diverso.

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L’estate del 2012 era stata ricca di impegni, faccende da sbrigare e lavori da ultimare, e non avevo avuto tempo di dedicarmi in alcun modo ai preparativi del viaggio. Solo la mattina del 19 Agosto, mentre facevo la fila con dei bagagli improvvisati al banco del check-in dell’aeroporto, ricordo di essermi resa conto che stavo partendo. Che stavamo partendo.

Un’ auto a noleggio, tre amici e le macchine fotografiche.
Un mese e circa 9000 Km da percorrere.

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Boston, New York, Washington, Shenandoah National Park, la Skyline Drive e la Blue Ridge Parkway, gli Outher Banks e la hwy 12, Wilmington, Myrtle Beach, Charleston, Savannah, Panama City, Pensacola, New Orleans, il Mississippi, Clarksdale e Memphis, St. Louis, Chicago, Toronto e Niagara Waterfalls.

viaggio-america-02Un viaggio alla scoperta di culture, sapori, colori, odori, musica e storia. Emozioni che ti tolgono il respiro, l’odore della strada e dei fast-food, tra sudici motel e alberghi di lusso, tra sabbia, foreste e distese di grattacieli. Altezze da far girare la testa, onde dell’oceano e campi di cotone.

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Ma un solo post non sarebbe sufficiente per raccontarvi tutto…


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Viaggio in Islanda – Parte 5: Dettifoss, la cascata che distrugge.

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Riprendiamo il viaggio, partendo da Husavik in direzione Dettifoss.

L’autobus fa alcune soste intermedie.
La prima è ad Asbyrgi, letteralmente il rifugio degli dei Asi: la leggenda narra che quando il popolo islandese tradì i suoi dei, gettando le loro statue nella cascata di Godafoss, questi non lasciarono comunque il territorio islandese ma trovarono rifugio in questo luogo.
C’è un grande canyon di circa 100 metri di altezza, a forma di zoccolo di cavallo: sempre secondo la leggenda si tratterebbe di un’impronta lasciata dallo zoccolo di una delle otto zampe del cavallo di Odino.

Il canyon di Asbyrgi
Il canyon di Asbyrgi

La seconda sosta è nei pressi di un grande parco naturale e dopo ancora mezz’ora di viaggio l’autobus raggiunge Dettifoss.

Autobus Islanda
L’autobus che ci ha condotto fino a Dettifoss

Si vedono grandi massi e pietre di forma regolare, quasi quadrata, buttate a catasta sotto i piccoli canyon rocciosi. Il terreno è ricoperto da una sabbia nerissima. Sulla cartina dei percorsi che troviamo vicino alla fermata dell’autobus vediamo segnalato un campeggio: seguiamo un sentiero tra massi e poco dopo arriviamo ad una piccola radura non troppo verde, con una panca in legno e tre piccole cisterne d’acqua – forse potabile – appoggiate su una struttura in legno. Montiamo la tenda e ci dirigiamo verso la cascata.

Campeggio Dettifoss
L’area per campeggiare vicino alla cascata di Dettifoss.

Il percorso attraversa una distesa di massi grigi appoggiati pesantemente sulla sabbia nera. Già da lontano si avverte il rumore dell’acqua che scorre violenta e si comincia a vedere la nebbia creata dagli spruzzi. A prima vista la cascata non sembra così grande, ma appena ci si ferma ad osservare capisco quanto sia enorme: le persone sono solo piccoli puntini colorati.

Dettifoss
Cascata di Dettifoss

Dettifoss è la maggiore cascata islandese e d’Europa. Generata dal fiume Ökulsà à Fjöllum, “la cascata che distrugge” (questo significa il suo nome), ha una portata d’acqua che oscilla tra i 500 e i 1500 metri cubi al secondo a seconda della stagione. Il sito venne originato da un violento terremoto dovuto ad un’eruzione vulcanica che deviò il corso del fiume verso una profonda fenditura. E’ alta 44 metri e larga 100 metri.

Dettifoss
Cascata di Dettifoss

Il flusso d’acqua che precipita è spaventoso, e l’acqua nebulizzata nell’aria fa si che si formino in continuazione dei grandi arcobaleni.

Dettifoss
Cascata di Dettifoss

Le montagne che ci circondano sono cataste enormi di sabbia nera e rocce.

Dalla cascata partono alcuni percorsi che si snodano nel meraviglioso canyon di Jökulsàrgljùfur di cui alcuni tratti possono dimostrarsi abbastanza difficoltosi.

Dettifoss
Cascata di Dettifoss

A breve distanza (circa 15 minuti a piedi) potete vedere un’altra delle tre cascate dell’area (Selfoss). Quella di Hafragilsfoss è invece più lontana, ad un’ora e mezza circa di cammino.

Dettifoss
Cascata di Dettifoss

La mattina seguente riprendiamo il nostro viaggio, che ci porterà a Myvatn.


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Viaggio in Islanda – Parte 4: Akureyri e Husavik, le città del nord.

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AKUREIRY

Akureyri è la quarta città d’Islanda, con circa 18.000 abitanti. Raggiungiamo Akureyri partendo da Hveravellir e attraversando montagne glaciali, dal profilo morbido, arrotondato, scavate ritmicamente da rivoli d’acqua che corrono lungo le pareti, formatisi con lo scioglimento del ghiaccio e della neve. Il campeggio di Akureyri è grande, con bagni puliti e docce in area dislocata. In città c’è la possibilità di reperire tutto ciò di cui si può avere bisogno, dai beni di prima necessità alle attrezzature sportive. In tarda sera, dopo aver comprato un sandwich da un locale in chiusura, facciamo una passeggiata fino al porto. Delle enormi navi galleggiano sull’acqua nera sotto la luce rossa del tramonto, che piano piano diventa sempre più viola fino a che non si affievolisce e comincia a fare freddo.

Porto di Akureiry Iceland
Porto di Akureiry

La mattina seguente andiamo in città. E’ carina, con architetture caratteristiche, tutte colorate di rosso, blu e bianco, i colori islandesi. All’interno della città esistono numerosi luoghi ricreativi e interessanti sentieri escursionisti. Tra questi il Giardino Botanico, fondato nel 1912, che contiene quasi tutte le piante islandesi (circa 450 specie) e circa 7000 piante straniere. Oltre al giardino botanico si trovano il Museo del Folklore, dove sono collezionati oggetti della vita quotidiana; la casa di Matthias Jochumsson, scrittore e poeta che visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo e che diventò famoso per aver scritto l’inno nazionale islandese; la casa di gioventù del famoso scrittore di racconti per bambini Jòn Sveinsson, ottimo esempio di residenza del ‘900. Ogni anno, qui, nell’ultimo fine settimana di Agosto, viene celebrato l’Akureyri Town Festival, come conclusione del Summer Arts Festival, un progetto che coinvolge tutti colore che sono attivi nella promozione delle arti nella città. Passiamo al city hall: è una grande e bella architettura, calda e accogliente, in cemento a vista, con grandi vetrate e pareti rivestite in legno, che si affaccia sull’acqua.

Akureiry City Hall Iceland
Akureiry City Hall

L’Art Gallery che volevamo visitare è chiusa  per allestimento. Così entriamo in una libreria con internet-café: guardiamo qualche rivista, ordiniamo due the caldi e ci colleghiamo a internet con il nostro piccolo computer per chiamare a casa. Si sta bene qui, al caldo, mentre fuori piove.

Akureiry City Center Iceland
Akureiry, centro città.

Sono fisicamente stanca e questo viaggio non è facile da affrontare ma in questo momento provo una sensazione di pace. L’unica parola che mi viene in mente è “lontano”: da qui tutto è lontano, e io provo una sensazione di libertà. Dopo due notti di sosta ad Akureyri ripartiamo. La nostra tratta di ritorno è ancora chiusa per neve, così ci facciamo permutare il biglietto con quello per la tratta lungo la costa est e con ulteriori 60 euro compriamo un’estensione che ci permetterà di raggiungere Husavik e Dettifoss.

HUSAVIK

Alle 9.30 parte l’autobus; con solo circa un’ora di viaggio raggiungiamo Husavik dove pernotteremo in una guest house: è ben attrezzata, con camere accoglienti e ampi spazi comuni, cucina, lavatrice e asciugatrice, computer e connessione wi-fi. Qui alloggiati, trascorriamo 3 giorni, che usiamo per riprenderci dalla settimana di campeggio e per lavare e sistemare le nostre cose.

Husavik è una città di circa 2.200 abitanti, situata sulla costa nord dell’Islanda. In città sono reperibili tutti i beni di prima necessità e attrezzature sportive.

Porto di Husavik Iceland
Il porto di Husavik

Dopo esserci sistemati nelle camere della guest house usciamo. Prima tappa: Museo del Fallo con la sua collezione di peni in formalina e non solo (calchi in gesso, imbalsamati, scolpiti nel legno…) di tantissime specie animali diverse, uomo compreso. L’ingresso costa ( o meglio costava, nel 2011) 800 corone. Usciti visitiamo il Museo delle Balene. Da Husavik è possibile prenotare delle escursioni per il wales watching, anche se rimane un’attività abbastanza costosa.

Husavik Iceland
Husavik, area del porto.

Rientrando passiamo davanti alla caratteristica chiesa in legno, simbolo della città, costruita nel 1907

Chiesa in legno Husavik.
La chiesa in legno di Husavik.

Il giorno seguente piove. Come il giorno prima e quelli prima ancora. E fa freddo, molto freddo. Visitiamo la House of Culture, il museo di Husavik. E’ un centro in cui vengono raccolti tutti gli oggetti inerenti alla cultura popolare islandese, tra cui vestiti, attrezzi da lavoro e non pochi animali imbalsamati. L’edificio in cui è situato è di nuova costruzione, un’architettura che conferisce ufficialità ed importanza al luogo. Qui scopriamo che negli anni ’60 l’equipaggio dell’Apollo 11 venne spedito in Islanda per completare l’addestramento utile per lo sbarco sulla luna. Il motivo di questa scelta fu proprio che l’Islanda, e in particolare l’area di Eldhraun, era ritenuta la parte della Terra con le caratteristiche e il suolo più simile a quello lunare. Nel nostro terzo giorno a Husavik, splende il sole. Finalmente! Le condizioni meteorologiche risultano determinanti in un viaggio alla scoperta delle meraviglie dell’Islanda. E’ fondamentale quindi tenere sempre controllate le previsioni meteo, e cercare, per quanto possibile, di pianificare gli spostamenti in base al tempo. Il brutto tempo, oltre a causare non pochi disagi per chi sceglie un viaggio in mezzo alla natura, nasconde i colori mozzafiato del paesaggio, rendendoli meno spettacolari ed emozionanti.

Botnsvatn Husavik Iceland
Il lago Botnsvatn visto dalle colline alle spalle di Husavik.

Facciamo una passeggiata, salendo sulle colline alle spalle della città, da cui si gode di una bellissima vista. La visuale è molto ampia e si riesci a vedere, oltre a Husavik, anche il parco con l’azzurro lago Botnsvatn e la costa lontana con i fiordi.

Husavik Ring Road Iceland
Costa lungo la Ring Road.

Iclandic Bird

Pascoli nella periferia di Husavik
Pascoli nella periferia di Husavik

La sera prepariamo le nostre cose per poter ripartire l’indomani. Andiamo a letto verso le 3.30 del mattino, con ancora una luce bianca che colora il paesaggio fuori dalla finestra.


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Danzica, la perla del Baltico

Danzica è elegante, splendente. E’ ricca di storia, arte, cultura.

Danzica, centro storico.
Danzica, centro storico.

Situata sulle sponde del fiume Moldava, Danzica ( o Gdańsk in polacco), millenaria città baltica, patria di Fehrenheit e Schopenhauer, è la seconda città più importante della Polonia dopo Cracovia a livello artistico-culturale.

Fontana del Nettuno.
Fontana del Nettuno.

La nostra permanenza a Danzica si protrae per tre giorni, sufficienti per apprezzare le meraviglie del centro storico. Le culture che si sono incontrate in questo luogo, come quella polacca, tedesca, scozzese e olandese, hanno contribuito alla sua caratterizzazione, rendendola un piccolo gioiello urbanistico.

Danzica, edifici del centro storico.
Danzica, edifici del centro storico.
Edifici storici lungo Ulica Dluga.
Edifici storici lungo Ulica Dluga.

Il centro della città di rappresentanza (Główne Miasto) si sviluppa intorno a via Dluga, la via reale, racchiusa tra la Porta d’Oro, il magnifico arco trionfale di inizio ‘600, e la porta Verde, costruita in stile manierista, che si affaccia sul fiume. Era qui che i re e gli ospiti dei più importanti cittadini di Danzica venivano accolti.

Ulica Dluga.
Vista di Ulica Dluga.

Il percorso è circondato da importanti edifici storici e monumenti, come la fontana del Nettuno della metà del ‘500, simbolo della città di cui rappresenta la potenza commerciale e marittima.

Fontana del Nettuno, Danzica.
Fontana del Nettuno, Danzica.
Bassorilievi di edificio storico lungo Ulica Dluga.
Bassorilievi di edificio storico lungo Ulica Dluga.
Danzica, statua della fontana del Nettuno.
Danzica, statua della fontana del Nettuno.

Se si accede al centro storico dalla Porta d’Oro si attraverserà prima la cinquecentesca Porta dell’Altipiano e l’avamporta di via Dluga, il complesso gotico-rinascimentale, una volta parte delle fortificazioni della città dove si trovava la prigione municipale. Gli antichi interni della Torre della Prigione ospitano oggi i tesori dell’ “Oro di Danzica”, ossia la preziosa collezione del Museo dell’Ambra (l’unico in Polonia).

Dettaglio Architettonico della Porta Dorata.

Proseguendo si incontrano:  il mercato lungo con il Palazzo Municipale, la Corte di Artù (che ospita un settore del Museo Storico di Danzica); la Casa Uphagen, un magnifico palazzo di stile rococò-classico dove è situato il Museo degli Interni Borghesi, in cui è possibile ammirare gli sfarzosi arredamenti del ‘700 (in gran parte ricostruiti).

Torre del Palazzo Municipale.
Torre del Palazzo Municipale.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.
Interni di Casa Uphagen.

Giunti al Moldava, è d’obbligo oltrepassare il ponte per godersi la vista della città che si affaccia sul fiume, con i suoi colori intensi e la grandiosa gru portuale in legno, anch’essa simbolo di Danzica, che, costruita nel XIV secolo, è il più grande esempio di macchinario di età medievale.

La città di Danzica che si affaccia sul Moldava, con la gru portuale.
La città di Danzica che si affaccia sul Moldava, con la gru portuale.

Questo marchingegno era in grado di sollevare un peso di quattro tonnellate ad oltre 10 metri di altezza: al suo interno si trova un meccanismo propulsivo ancora funzionante, con un’enorme ruota di legno, che nei tempi passati veniva azionata dalla spinta delle gambe di uomini. Nel 1945 venne distrutta da un incendio e successivamente ricostruita. Oggi ospita la collezione del Museo Marittimo.

Vista della gru portuale.
Vista della gru portuale.

Danzica è ancora oggi la capitale mondiale dell’ambra, una gemma ricavata dalla resina fossilizzata, che viene raccolta sulle coste che si affacciano sul Mar Baltico, dove le spiagge sono circondate da foreste di alberi resinosi.

Accanto alla piazza del mercato corre, parallela a Ulica Dluga, Ulica Chlebnicka dove abbiamo il piacere di entrare nella bottega Stary Warsztat e di conoscere il proprietario Boguslaw Kolpak che ci mostra il suo lavoro, i suoi attrezzi, le sue creazioni e ci svela alcuni segreti della lavorazione dell’ambra.

Interno della bottega Stary Warsztat : banco da lavoro per la lavorazione dell'ambra.
Interno della bottega Stary Warsztat specializzata nella lavorazione dell’ambra.
Boguslaw Kolpak, al suo banco da lavoro, ci mostra la lavorazione dell'ambra.
Boguslaw Kolpak, al suo banco da lavoro, ci mostra la lavorazione dell’ambra.
Boguslaw Kolpak, al suo banco da lavoro, ci mostra la lavorazione dell'ambra.
Boguslaw Kolpak, al suo banco da lavoro, ci mostra la lavorazione dell’ambra.
Interno della bottega Stary Warsztat : banco da lavoro per la lavorazione dell'ambra.
Interno della bottega Stary Warsztat : banco da lavoro per la lavorazione dell’ambra.
Interno della bottega Stary Warsztat : banco da lavoro per la lavorazione dell'ambra.
Interno della bottega Stary Warsztat : banco da lavoro per la lavorazione dell’ambra.

E a Danzica c’è anche chi ha trasformato l’ambra in qualcosa di davvero originale: sempre passeggiando lungo Ulica Chlebnicka notiamo un curioso ingresso che porta la scritta “Galeria Retro Kamera”.

Esterno della galleria Retro Camera, in ulica Chlebnicka.
Edifici in Ulica Chlebnicka.

Non possiamo fare a meno di entrare e li conosciamo Marek Mazur, un vero e proprio artista delle macchine fotografiche in miniatura.

Interno di del negozio di Marek Mazur.
Interno di del negozio di Marek Mazur.

Nel suo laboratorio inventa e costruisce le macchine fotografiche più strane, da quelle a forma di orologio a quelle scolpite interamente nel legno.

Marek Mazur ci mostra una sua creazione.
Marek Mazur ci mostra una sua creazione.
Marek Mazur nel suo laboratorio.
Marek Mazur nel suo laboratorio.
Marek Mazur nel negozio ci mostra una macchina fotografica scolpita nel legno.
Marek Mazur nel negozio ci mostra una macchina fotografica scolpita nel legno.

Ma Marek Mazur ha anche progettato e costruito la prima macchina fotografica con la lente di ambra, che ha utilizzato successivamente, insieme ad alcuni fotografi emergenti di Danzica, per creare la mostra fotografica “Danzica attraverso la Lente di Ambra” (http://www.amber.com.pl/en/news/exhibitions/item/1574-gdansk-in-the-amber-camera-lens?tmpl=component&print=1)

Marek Mazur nel negozio ci mostra una macchina fotografica scolpita nel legno.
Marek Mazur nel negozio ci mostra una macchina fotografica scolpita nel legno con una lente in ambra.

Parallela e poco distante da Ulica Dluga, corre Ulica Mariacka, ossia la strada che conduce alla Chiesa di Santa Maria, piccola, accogliente e graziosa, dove una serie di botteghe dedicate soprattutto alla lavorazione dell’ambra, trovano posto negli edifici a bordo strada, ricostruiti cercando di mantenere la conformazione antecedente alla seconda guerra mondiale, epoca in cui vennero distrutti.

Ulica Mariacka
Ulica Mariacka

La basilica di Santa Maria, costruita in oltre un secolo e mezzo, è la chiesa in mattone rosso più grande d’Europa.

Chiesa di Santa Maria
Chiesa di Santa Maria.
Torre della Chiesa di Santa Maria.
Torre della Chiesa di Santa Maria.

I suoi interni gotici raccolgono numerose opere d’arte di epoca medievale e barocca, il famoso orologio astronomico e il magnifico organo barocco, il cui suono è esaltato dalla conformazione ideale della struttura architettonica.

Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Interni della Chiesa di Santa Maria.
Dettaglio dell'orologio astronomico nella Chiesa di Santa Maria.
Dettaglio dell’orologio astronomico nella Chiesa di Santa Maria.

Dalla sua torre del campanile, alta 82 metri, salendo 400 gradini, si può ammirare la città dall’alto.

Interno della torre della Chiesa di Santa Maria.
Interno della torre della Chiesa di Santa Maria.
Vista della città di Danzica, dalla torre della Chiesa di Santa Maria.a
Vista della città di Danzica, dalla torre della Chiesa di Santa Maria.a

Durante la nostra permanenza in città, due pasti li consumiamo all’ Estimo Klub Aktora in via Mariaka: un piccolo ristorante con tavoli all’esterno che si affacciano direttamente nella graziosa via tra le botteghe, all’ombra di Santa Maria, dove si possono assaggiare piatti originali che non dimenticano i gusti della cucina polacca. Assaggiamo: una tartare di salmone, aringhe marinate, dumpling al salmone affumicato, salmone con salsa polacca e fegatini di maiale in aceto balsamico.

Cena all' Estimo Klub Aktora in via Mariaka
Cena all’ Estimo Klub Aktora in via Mariaka.

Camminando per la città, arriviamo alla Chiesa di Santa Caterina, distrutta recentemente da un incendio ma i cui interni, alla luce del tramonto, hanno un fascino particolare; al Grande Mulino, un eccezionale esempio di architettura tecnica medievale, dal caratteristico tetto a spiovente, eretto nella Città Vecchia, sul canale Radunia, che una volta svolgeva la funzione, oltre che di mulino, di granaio e panificio, al cui interno, oggi si trova un centro commerciale.

Interni della Chiesa di Santa Caterina.
Interni della Chiesa di Santa Caterina.
Danzica: vicino al Grande Mulino.
Danzica: vicino al Grande Mulino.

Il breve soggiorno ci permette comunque di apprezzare le bellezze di questa romantica città, che non per niente porta con se il nome di “Perla del Baltico”.

Danzica
Danzica, area del Grande Mulino

BACKSTAGE

Danzica Retro Kamera

Danzica

Viaggio in Islanda – Parte 3: Hveravellir, il rumore del nulla.

Se vuoi leggere l’articolo precedente “Viaggio in Islanda – parte 2: Il Golden Circe e Kerlongafjöll” clicca QUI >> LEGGI >>

Quinto giorno.

Carichiamo gli zaini sull’autobus, dopo una colazione davanti alla tenda, e partiamo da Kerlongafjöll in direzione nord. Il viaggio dura circa un’ora se non sbaglio, ma non riesco a quantificare i chilometri che percorriamo; forse perché l’autobus andava davvero piano percorrendo quella stradina sterrata in mezzo al nulla.

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Arriviamo alla fermata successiva: Hveravellir. In lontananza si vedono dei vapori salire al cielo che danno all’aria un forte odore di zolfo; poco più in la, che si circonda di un’atmosfera di riflessi dorati, una piscina naturale di acqua calda, dove persone coperte solo da slip, entrano a fare il bagno, spogliate dei loro vestiti pesanti, per riscaldarsi un pò.

iceland hveravellir

La leggenda vede questi hot-spot, questi piccoli bacini d’acqua, rifugi dei briganti che durante il periodo invernale si davano alla macchia nell’entroterra: si dice anche che la casetta che si trova poco lontana dall’area del campeggio fosse il rifugio del leggendario brigante Fjalla-Eyvindur che visse lì, con la moglie Halla, durante un inverno del XVIII secolo; l’acqua calda garantiva la possibilità di riscaldarsi e cuocere cibi.

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Hveravellir è raggiungibile nel periodo estivo tramite la pista Kjölur (la strada numero 35) che attraversa in 237 Km gli altipiani islandesi da nord a sud, in circa 6 ore d’auto. Dopo che, nel XVIII secolo, alcune persone si persero lungo la strada a causa di tempeste di neve, essa venne dimenticata per un secolo, e riaperta solo nel ‘900.

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Paghiamo la nostra quota di 2000 corone per il campeggio e scegliamo un percorso per cominciare un trekking. Ne esistono tre, segnalati con dei paletti in legno colorati: uno breve, che dura circa due ore; uno giallo e uno rosso entrambi da 8-10 ore. Scegliamo quello rosso: porta al cratere del vulcano spento Strytur e attraversa uno sconfinato campo di lava.

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Il consiglio, se volete sostare a Hveravellir, è quello di portare con voi acqua e cibo poiché vi è una scarsa possibilità di rifornimento. Nel campeggio c’è la possibilità, oltre di piazzare la tenda, di pernottare in una struttura in legno. I servizi igienici del campeggio sono base, ricavati in un container. L’autobus passa con frequenza giornaliera.

Verso le sette di sera, con il sole ancora alto nel cielo che si è fatto spazio tra le nuvole, partiamo sul nostro percorso che comincia a snodarsi in mezzo ad una serie di soffioni che emanano vapore caldo, che satura l’aria di un forte odore sulfureo e avvolge tutto in un manto di nebbia, e piccoli bacini d’acqua che ribolle ritmicamente e si tinge di un azzurro quasi surreale.

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Camminiamo lungo una passerella in legno che scavalca acquitrini caldi, ricoperti in zone da un manto erboso verdissimo e in altre da terra rosso rame.

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Entro poco tempo cominciamo ad allontanarci dal rifugio, continuando a seguire i bastoncini rossi, che ci aiutano a non perdere la direzione, rimasti unico punto di riferimento in mezzo ad un deserto, insieme a tre grossi gruppi di montagne e i vapori sulfurei che salgono al cielo.

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Mano a mano che proseguiamo entriamo in una distesa di lava pietrificata e frantumata in miliardi di sassi, prima coperti da muschi e licheni, poi immerse in un fango denso e rossastro, poi nascoste da ghiaccio e neve che a tratti si sciolgono e formano rivoli d’acqua.

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La natura si mostra, in così poco spazio, in maniere talmente diverse da non essere mai monotona, anche se ci troviamo nel mezzo di un’area desertica.

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E’ sublime, inquietante e affascinante, meravigliosa e spaventosa. E proprio li in mezzo, se ti fermi, riesci a sentire il silenzio assoluto, il rumore del nulla. E ti fa impazzire, perché la tua mente non è abituata a una tale assenza di rumore, e allora le orecchie sentono un fischio che si fa sempre più forte e insopportabile, così insopportabile che senti di dover riprendere a camminare e scuotere le pietre con i passi e di parlare per poter sentire la tua voce, e anche quella di chi ti sta accanto.

iceland hveravellir

Arriviamo dopo circa quattro ore di cammino alla fine del percorso: il sole sta calando e si sente un forte vento perché ci troviamo su un’altura di più di 800 metri, in mezzo al niente e ricoperta di neve. Appena arriviamo in cima alla vetta, sotto si staglia una vista mozzafiato: un enorme cratere, di cui è difficile stimare una dimensione per l’assenza di punti di riferimento.

iceland hveravellir

iceland hveravellir

Abbiamo percorso 20 Km in circa sei ore di cammino, ma la fatica sembra quasi non sentirsi perché la bellezza ha pagato lo sforzo; e un bagno bollente con il sole basso delle due del mattino ci aspetta.

BACKSTAGE

backstage
backstage
hveravellir iceland
backstage
iceland hveravellir
backstage

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Viaggio in Islanda – parte 2: il Golden Circle e Kerlingafjöll

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C’è il sole. Il cielo è azzurro, azzurro intenso. Penso sia una giornata meravigliosa!

Alla stazione dei bus di Selfoss arriva lo “small bus”: un furgoncino attrezzato con sedili e finestrini, con un piccolo rimorchio dove andiamo a caricare i nostri zaini.

L'autobus che ci ha condotto fino a Kerlingafjöll
L’autobus che ci ha condotto fino a Kerlingafjöll

Il Golden Circle è un insieme di attrazioni naturalistiche situato in un’area non molto distante da Reykjavik. Tre sono i siti di interesse: Geysir, un parco geotermico dove esplodono geyser e ribollono piscinette di acqua termale; Gullfoss, la più spettacolare delle cascate islandesi e il parco nazionale di Pingvellir. Se non siete tanto amanti dell’avventura da intraprendere un viaggio “zaino in spalla” per i campeggi d’Islanda, esistono diverse escursioni giornaliere che, partendo da Reykjavik, permettono di visitare questi luoghi.

Partiamo per Geysir: l’autobus si ferma davanti ad un piccolo parco dove si vedono risalire vapori e getti d’acqua.

Il parco di Geysir
Il parco di Geysir

Entriamo, e lungo il percorso incontriamo tanti geyser, più o meno grandi, che emanano vapori sulfurei; uno, il più grande, esplode periodicamente spruzzando un enorme getto d’acqua bollente verso il cielo.

Geyser
Esplosione di un geyser nel parco di Geysir
Il parco di Geysir
Il parco di Geysir

Proseguiamo il viaggio, mentre il paesaggio comincia a diventare più verde, verso la seconda fermata: Gullfoss, letteralmente la cascata d’oro.

Cascata di Gullfoss
Cascata di Gullfoss

E’ bellissima, grande e imponente; si snoda lungo diversi salti, abbastanza profondi, in cui l’acqua viene risucchiata dalla roccia e poi sbattuta nuovamente fuori con violenza, tanto che in alcuni punti vieni bagnato come fosse pioggia.

Cascata di Gullfoss
Cascata di Gullfoss

Il nostro viaggio prosegue, ed entriamo in una regione desertica tra i due ghiacciai Langjökull e Hofsjökull. Il paesaggio è sconvolgente, un po’ inquietante: distese di montagne e di niente tagliate da una piccola stradina sterrata che si inonda di polvere al passaggio dell’autobus e di qualche rara automobile.

Arriviamo alla fermata di Kerlingafjöll, dove c’è una struttura con alcune casette in legno dal tetto talmente a punta che sembrano triangolari, e uno spazio per campeggiare.

Campeggio nell'area del Kerlingafjöll
Campeggio nell’area del Kerlingafjöll
Kerlingafjöll
Struttura per il pernottamento nell’area del Kerlingafjöll

Decidiamo di passare qui il resto della giornata e la notte. Il paesaggio è mozzafiato: un fiume argentato scorre tra le montagne innevate del ghiacciaio.

Kerlingafjöll
Kerlingafjöll

Kerlingafjöll è un massiccio montuoso situato al centro dell’Islanda. Con una combinazione incredibile di fenomeni geotermici, ghiacciai, spettacolari formazioni geologiche e una inaspettata flora subartica è sicuramente un luogo di grande fascino. Un trekking di tre giorni si snoda intorno alle montagne, ed è reso accessibile da numerosi rifugi posti lungo il percorso.

BACKSTAGE

Backstage
Backstage
Backstage
Backstage

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Il Castello di Malbork: la fortezza più imponente d’Europa

Nato come convento per l’ordine monastico-militare dei cavalieri teutonici, il Castello di Malbork è oggi il più grande castello in mattoni del mondo e uno dei più imponenti d’Europa.

Ingresso al Castello di Malbork
Ingresso al Castello di Malbork.

Situato sulle sponde del fiume Nogat, fu costruito come un complesso di tre castelli, ognuno con funzioni differenti: il castello alto, ossia la parte dell’ex convento, dove erano collocate le abitazioni nobiliari; il castello medio costituito dalla parte abitata dalla servitù e da alcuni servizi; il castello basso, dove vennero costruite ulteriori abitazioni e servizi e venne creata una zona adibita al commercio di armi.

Ingresso al Castello di Malbork.
Ingresso al Castello di Malbork.

Fu la residenza di re polacchi e imperatori germanici e la più grande armeria della repubblica di Polonia.

Castello di Malbork
Castello di Malbork: accesso al cortile del castello di mezzo.
Ingresso al castello di Malbork
Castello di Malbork: accesso al cortile del castello di mezzo

La sua edificazione cominciò nel 1270, ma assunse importanza a partire dal 1309 quando vi venne trasferita la sede dell’ordine teutonico ed il convento era ormai stato trasformato in un castello a tutti gli effetti, con tutte le fortificazioni e le difese necessarie.

Veduta del Castello di Malbork.
Veduta del Castello di Malbork.

La terza parte del castello (il castello basso) fu aggiunta tra il XIV e il XV secolo e con essa vennero allungate anche le mura.

Le mura del Castello di Malbork.
Le mura del Castello di Malbork.
Castello di Malbork
Veduta del Castello di Malbork

Alla fine del ‘700 il castello venne assediato dalle truppe prussiane. In questo periodo vennero compiute numerose modifiche e  lavori di ampliamento con l’obiettivo di trasformare il castello in una caserma. Nel 1817, dopo l’abbandono delle truppe, cominciarono dei lavori di ristrutturazione del castello, a cui partecipò anche il famoso architetto e pittore Karl Friedrich Schinkel, che durarono fino ai primi anni del ‘900.

Interni del Castello di Malbork.
Interni del Castello di Malbork.
Interni del Castello di Malbork
Interni del Castello di Malbork.

Durante la seconda guerra mondiale il castello venne gravemente danneggiato: nei combattimenti contro la russia vennero distrutti circa l’80% degli edifici della città.

Cortili interni del Castello di Malbork.
Cortile interno del Castello di Malbork.

Nei primi anni del dopoguerra le rovine vennero lasciate in mano al Museo dell’Esercito Polacco di Varsavia che cominciò alcuni lavori di sistemazione, alimentati dal crescente numero di turisti che visitavano il castello.

Interni del Castello di Malbork
Interni del Castello di Malbork.
Castello di Malbork: dettaglio architettonico della volta di un soffitto di una sala.
Castello di Malbork: dettaglio architettonico della volta di un soffitto di una sala.

Alla fine degli anni ’50 un comitato pubblico per la ricostruzione del castello, costituito da attivisti locali si impegnò a dargli slancio e a trasformarlo in un vero e proprio museo.

Mulino castello di Malbork
Ricostruzione di un mulino all’interno del complesso del castello di Malbork.

Per entrare al castello è necessario un biglietto, acquistabile alla biglietteria appena fuori le mura. L’accesso avviene dalla porta nord, quella principale, che era un tempo l’unica via d’ingresso e di uscita dalla fortezza. Superato il ponte levatoio ci si trova all’interno del vasto cortile del castello di mezzo.

Castello di Malbork
Vista del cortile del castello di mezzo dal castello superiore di Malbork.

Quando ti trovi solo, a camminare all’interno di un lungo corridoio, oppure in un cortile tra le mura, o in una meravigliosa sala sorretta da eleganti colonne, sembra quasi di trovarsi in una fiaba, in uno di quei castelli di dame e cavalieri, e di sentire il suono di armature e liuti…in fondo…basta solo un po’ d’immaginazione!

Interni del Castello di Malbork
Interni del Castello di Malbork

Il luogo di maggior fascino è la Chiesa della Vergine, scampata – per lo meno in parte – ai bombardamenti, dove si respira un’atmosfera mistica, goticheggiante, dove la luce che entra dalle alte vetrate plasma il profilo di ciò che rimane di meravigliosi dettagli architettonici. Oltre alla cappella maggiore, uno degli ambienti di spicco del castello di Malbork è la sala capitolare del castello superiore dove, in epoca medievale, si tenevano le assemblee teutoniche.

Sala Capitolare del Castello di Malbork.
Sala Capitolare del Castello di Malbork.

Il cortile del castello alto è circondato da un porticato gotico, e all’interno si trova la ricostruzione di un pozzo.

Malbork, cortile del Castello Alto.
Malbork, cortile del Castello Alto.
Castello di Malbork: ingresso alla cappella di Sant'Anna
Castello di Malbork: ingresso alla cappella di Sant’Anna
Castello di Malbork: ingresso alla cappella di Sant'Anna
Castello di Malbork: dettaglio del portico d’ ingresso alla cappella di Sant’Anna
Cappella Sant Anna Malbork
Castello di Malbork: interno della cappella di Sant’Anna.

La visita occupa tutta la giornata poiché le dimensioni della struttura sono davvero notevoli! All’interno del complesso sono ricavati anche degli spazi espositivi tra cui il museo del castello di mezzo, dov’è conservata una vasta collezione di armi, armature, monete e manufatti.

Nel 1997 il Castello di Malbork è entrato a far parte, insieme alla città medievale di Torun (poco distante), dei patrimoni dell’UNESCO.

BACKSTAGE

Backstage
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Backstage: detesto le scale a chiocciola…
Backstage
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Torun: pan di zenzero, Copernico e artigianato artistico.

Piccola cittadina polacca, situata sulle sponde del fiume Vistola, Torun è impregnata di un’atmosfera un po’ magica.

Torun, strada della città.
Torun, strada della città.

Il piccolo centro storico è uno dei complessi urbanistici più importanti della Polonia e del nord Europa, grazie al suo impianto Medievale perfettamente conservato, rimasto integro anche dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che hanno devastato gran parte delle cittadine polacche.

Nuova pizza del Mercato di Torun
Nuova pizza del Mercato di Torun.

La via principale, Ulica Szeroka, attraversa il centro storico dividendolo nei due principali quartieri Stare Miasto e Nowe Miasto: ad una sua estremità si trovano le rovine dell’antico castello dei Cavalieri Teutonici che fondarono il primo nucleo abitato.

Chiesa del Santo Spirito, accanto all'edificio del vecchio mercato nel centro della città vecchia di Torun.
Chiesa del Santo Spirito, nella piazza del  mercato nel centro della città vecchia di Torun.

Edifici colorati, in perfetto stile polacco, si raccolgono attorno alla Piazza del Mercato, al Palazzo Municipale e le chiese gotiche arricchiscono il profilo urbano.

Torun, vie del centro.
Torun, vie del centro.
Torun: piazza del mercato nella città vecchia, con il municipio.
Torun: piazza del mercato nella città vecchia, con lo storico edificio del municipio.
Torun, corte interna dell'edificio comunale.
Torun, corte interna dell’edificio comunale. All’interno è allestito il museo regionale.

Proprio grazie a questa sua conformazione e al suo impianto originale, Torun venne inserita, nel 1997,  nella lista dei patrimoni dell’UNESCO.

Torun: Basilica di Santa Maria.
Torun: veduta della Basilica di Santa Maria.

Passeggiando per le strade di Torun si respira un’aria un po’ fiabesca, e a tratti misteriosa, la gente cammina per le strade, sempre animate, anche in tarda sera, mentre strani personaggi ti invitano a provare ristoranti; tutto è tranquillo. Di tanto in tanto s’incontrano delle singolari statue in bronzo, ognuna con una storia da raccontare: il cagnolino Filus che raccoglie la bombetta del suo padrone, creato dal fumettista polacco  Zbigniew Lengren, che apparse sul magazine Przekrój per oltre cinquant’anni; la venditrice di pierniki, i celebri biscotti allo zenzero, simbolo della città; l’asino che porta con se ricordi non troppo felici (altro non è che la riproduzione di uno strumento di tortura medievale); la venditrice di uova vicino al mercato della città nuova e tante altre che non ci si stanca di scoprire.

La statua del cagnolino Filus.
La statua del cagnolino Filus.
La venditrice di uova nella piazza del nuovo mercato di Torun.
La venditrice di uova nella piazza del nuovo mercato di Torun.

Mentre esploriamo le vie del centro, è bello scorgere le piccole botteghe artigiane, figlie di una tradizione che rese Torun, insieme a Danzica, uno dei primi centri dell’oreficeria Pomerania e centro dell’arte delle vetrate e dell’artigianato artistico.

Piazza del mercato della città nuova.
Piazza del mercato della città nuova.

Veniamo attirati dalla bottega Intekart, in ulica Szweska, dove una ragazza sta lavorando, appoggiata su un grande bancone immerso in ogni genere di oggetti in vetro: entriamo e con grande gentilezza posa i suoi attrezzi e ci spiega il suo lavoro, mostrandoci il laboratorio.

Interno della bottega Intekart.
Interno della bottega Intekart.
Artigiana del vetro, nella bottega Intekart a Torun
Artigiana del vetro, nella bottega Intekart a Torun.
Lavorazione artistica del vetro, nella bottega Intekart a Torun
Lavorazione artistica del vetro, nella bottega Intekart a Torun
Retrobottega del laboratorio Intekart.
Retrobottega del laboratorio Intekart.

Se si parla di Torun non si può non fare il nome di Niccolò Copernico, che nacque proprio in questa cittadina il 19 febbraio 1473.

Ingresso alla casa museo di Niccolò Copernico.
Ingresso alla casa museo di Niccolò Copernico.
Bassorilievo all'interno della Casa Museo di Copernico.
Bassorilievo all’interno della Casa Museo di Copernico.

Qui è infatti possibile visitare la sua casa museo, che racchiude una una raccolta di strumenti e documenti astronomici.

Interni della casa museo di Niccolò Copernico.
Interni della casa museo di Niccolò Copernico.
Interni della casa museo di Niccolò Copernico.
Interni della casa museo di Niccolò Copernico.

Durante la nostra permanenza a Torun ci lasciamo tentare dall’assaggio di specialità locali, tra cui i Pierogi (piatto tipico in realtà di tutto l’est europeo, ma cucinato in divenenti versioni a seconda della zona): simili come idea e come forma al panzerotto italiano, vengono cucinati in centinaia di modi differenti, con ogni tipo di ripieno, sia dolce che salato. Per l’assaggio ci viene consigliato il ristorante Pierogarnia, situato proprio nel cuore della città.

Pierogi al ristorante Pierogarnia.
Pierogi salati, serviti con marmellata ai frutti di bosco, al ristorante Pierogarnia.

 

BACKSTAGE

backstage
backstage
Backstage
Backstage

Nel Rivedere Te

Qualche mese fa, dal 19 al 31 Maggio 2014, il Caffè Letterario Melville di San Nicolò (PC), ha ospitato una mostra di fotografie inedite di Emanuele Ferrari, persona che abbiamo avuto il piacere di conoscere proprio grazie alla fotografia. Abbiamo chiesto a Emanuele di raccontare questa mostra, come è nata e ciò che ha significato per lui. Ecco il testo che ci ha restituito.

Gabriele Dadati e Emanuele Ferrari

 Nel Rivedere Te

scatti inediti di Emanuele Ferrari dalla Galleria Ricci Oddi [2003-2006]

a cura di Gabriele Dadati.

testo e fotografie di Emanuele Ferrari

Perchè la Ricci Oddi?

Nel periodo che va dal 2003 al 2006, anche grazie ai rapporti intercorsi con lo scultore piacentino Christian Zucconi, ero particolarmente interessato alla fotografia di sculture.

Questo interesse, però, non era mai per l’opera intesa come soggetto a sé stante, ma sempre per la scultura inserita in un ambiente che, a mio modo di vedere, riusciva ad “animarla”.

La Galleria Ricci Oddi mi era sembrata da subito uno spazio con queste prerogative, un luogo che da solo sapeva raccontare tanto.

Questo non solo per la sua architettura e per il suo sistema di illuminazione naturale, ma, soprattutto, per la sua storia, legata a doppio filo a quella del suo fondatore, Giuseppe Ricci Oddi: un uomo tanto schivo quanto generoso; una figura la cui portata, nella società attuale, purtroppo resta ai più incompresa.

 

Sulle immagini

Affinché una fotografia sia “interessante“, è necessario che anche il soggetto lo sia; la Galleria lo è stata per me.

Ho ripensato al testo di Gabriele Dadati, il curatore della mostra.

Credo che le foto siano interessanti, anche se non tanto belle per la qualità dell’immagine (specialmente se raffrontate con certe fotografie digitali attuali…). Sono convinto che la loro particolarità derivi, come individuato da Gabriele, dalla capacità di evocare le atmosfere del “sogno novecentesco” che è la Galleria. E di trasmettere, aggiungerei, qualcosa di qualcuno.

Forse lo spirito di Giuseppe Ricci Oddi è nelle foto: pur non comparendo in nessuna immagine, mi sembra sia, paradossalmente, il personaggio più presente.

Se non avessi fotografato Stefano Fugazza, forse, sarebbe stato un po’ lo stesso anche per lui.

 

Le diapositive

Ho scattato utilizzando due corpi macchina, uno con montato un rullino di DIA a colori e l’altro un rullino di DIA in b/n): giravo per la galleria con due macchine appese al collo, scambiando continuamente tra loro i tre obiettivi utilizzati.

Le diapositive erano state scansionate allora (non troppo bene…) e sono state nuovamente scansionate prima della mostra (con uno scanner migliore, ma con le DIA un po’ rovinate…)

 

Presentazione

di Gabriele Dadati

Leggendo lo scarno diario che ci ha lasciato Giuseppe Ricci Oddi si scopre facilmente quale fosse la sua indole: quella di un uomo votato alla solitudine, che trova nel muto colloquio con l’arte una forma di appagamento esistenziale e di discesa in se stesso. Ci parla tra le altre cose del silenzio domenicale in cui, cavalcioni a una seggiola, si pone di fronte a una o all’altra delle opere che va collezionando, e qui sta anche a lungo, osservandola nei dettagli che la luce discopre. Fino al passaggio quasi commovente in cui racconta il sogno di una notte: quello di veder sorgere la Galleria che porterà il suo nome simile a una chiesa, con ampie stanze, in modo da trasmettere a ogni visitatore quel senso di dialogo esistenziale con l’arte che lui già vive. Là staranno le sue opere, così come da sempre sono state nella grande casa in cui vive solo.

Partendo da qui si capisce bene come gli scatti di Emanuele Ferrari siano rappresentativi di un sogno novecentesco che ancora oggi è a nostra disposizione. La Galleria, secondo le direttive del suo fondatore così bene accolte dall’architetto Giulio Ulisse Arata, è davvero quello spazio sacrale in cui il tempo scorre con tutt’altra cadenza, e anzi si raddensa, levando il visitatore dalla frenesia del mondo di fuori.

Così si può compiere un rito d’immersione che ci è restituito da questi scatti realizzati in due sessioni, nel 2003 e nel 2006. Le sculture emergono nella loro volumetria, occupando lo spazio come se il nostro occhio dovesse metterle a fuoco; i dipinti sono sentinelle alla parete. Ma più di tutto, davvero, è il tempo il protagonista delle due serie. E questo ci incanta e ci rapisce. Ancora: ci contamina. Perché inevitabilmente rallenteremo il passo, terremo il fiato, diventeremo timorosi. Non vorremo disturbare, vero? Insomma, ci troviamo di fronte a fotografie che modificano la realtà col modificare noi che le guardiamo.

Una sola è la presenza umana a cui è concesso disporre di questo spazio. Si tratta di Stefano Fugazza, l’indimenticato direttore della Galleria, che sia nel 2003 sia nel 2006 concesse a Emanuele Ferrari di fotografare. Con la sua indole benevola, il suo modo di porsi sempre ricettivo e aperto a tutti, ci appare ancora oggi vivo nelle sale del museo. Lo sguardo intelligente e buono, il sorriso spontaneo, la postura protesa in avanti ci confermano nell’intuizione che uno stesso spirito di generosità animava Ricci Oddi e Fugazza. Anzi no, non Fugazza, ma Stefano, come l’ha sempre chiamato l’estensore di questa nota. Come l’ho sempre chiamato io, Gabriele Dadati, che ho avuto il privilegio di essergli amico intimo e collaboratore per meno anni di quelli che entrambi avremmo voluto.

Rivederlo qui mi commuove, credo commuova tutti coloro che l’hanno conosciuto. È bello. È una cosa bella. E poi, se posso, mi viene da sorridere. Perché in fondo alla seconda serie vedo sbucare un ragazzo pieno di energie e con più capelli di quanti non ne abbia ora in testa.

Credo di dover ringraziare Emanuele Ferrari. Lo faccio qui, per iscritto. E colgo l’occasione per porgergli anche il ringraziamento di tutti voi che vedete queste immagini. Perché quello che ci sta dando qui non è poco.

Giuseppe Ricci Oddi

vita e nascita della galleria

“[…] Rimanere eroicamente pressoché soli per un quarto di secolo; concepire il disegno e l’indirizzo di una raccolta una, armonica e continua di opere d’arte[…] poi distaccarsi un giorno – per antico disegno – da una tale adunazione di bellezza […] per costituire e donare alla propria città, col proprio tesoro, un pubblico Tempio della Bellezza […] significa aver conseguito l’unica realtà per cui sia dato ben vivere o sia consentito ben morire: – la realtà dell’ideale!”

[Giacomo Lanza , sindaco di Piacenza, in un articolo apparso su “Strenna piacentina” del 1925]

Il collezionista piacentino nasce il 6 ottobre del 1868 e a soli 14 anni perde il padre. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Roma torna a Piacenza per attendere all’amministrazione dei suoi beni e alla conduzione delle aziende di famiglia.

Nel 1897, a 29 anni, ottiene dalla madre la piena disponibilità di tutto un piano del suo grande palazzo di via Poggiali come appartamento personale; quindi compra diversi mobili per arredarlo e anche due quadri per dare “colore” al suo salotto.

Questo è l’inizio, quasi casuale, della collezione di opere d’arte.

Con il passare degli anni, Ricci Oddi diventa un collezionista sempre più competente ed entusiasta, anche grazie ai numerosi consiglieri ed esperti d’arte che si susseguono al suo fianco, come lo scultore Oreste Labò, l’architetto Giulio Ulisse Arata, Carlo Pennaroli e tanti altri.

Egli rivolge alla collezione di opere d’arte tutta la sua attenzione e le sue risorse finanziarie e quando, nel 1924, decide di donare la raccolta alla città, fa costruire a sue spese anche l’edificio destinato a contenerla.

Premessa la mia ferma intenzione di donare al comune di Piacenza la mia raccolta di quadri contenuta in apposito edificio che io costruirei a mie spese, qualora il comune me ne apprestasse – gratis – l’area sufficiente e conveniente, delego con questo biglietto il sig. Comm. Giulio Arata, architetto, ed il sig. Dott. Torquato Vitali, notaio, ad iniziare per mio conto le eventuali trattative pel raggiungimento dello scopo suddetto

[Biglietto inviato al sindaco Giacomo Lanza il 6 marzo 1924]

L’inaugurazione ufficiale avviene l’11 ottobre 1931 alla presenza dei Principi del Piemonte Umberto e Maria Josè di Savoia.

Ricci Oddi non è presente: ha lasciato detto che in questo giorno sarebbe stato trattenuto a Milano, ma, in realtà, è chiuso nel suo palazzo, lontano dai convenevoli e dal frastuono “ufficiale”.

Anche dopo l’inaugurazione della galleria Giuseppe Ricci Oddi continua a dedicare tutte le sue energie – e le sue rendite – al nuovo museo.

Il 23 ottobre 1937 Giuseppe Ricci Oddi muore all’improvviso, colto da malore per strada.

Egli, nel suo testamento, lascia alla galleria tutto il denaro liquido, le azioni e persino i gioielli di famiglia, per permettere importanti acquisti che avrebbero integrato la raccolta dopo la sua morte e agevolare la gestione ordinaria della Galleria.

Purtroppo, la svalutazione della lira rese vani i suoi sforzi.

Apparecchiature utilizzate per le riprese:

Corpi macchina:

  • Nikon FM3A con pellicola per diapositive AGFA SCALA 200   (200 ISO, bianco e nero)
  • Nikon F70 con pellicola per diapositive Kodachrome   (100 ISO, a colori)

Obbiettivi:

  • Nikon AF NIKKOR, 50 mm, 1:1.4 D
  • Sigma ASPHERICAL AL, 28 mm, 1:1.8 D EX DG

Sigma ASPHERICAL AL, 14 mm, 1:2.8 D

Preparazione alla stampa delle scansioni e stampa:

LG Studio Photodesign


Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha scritto Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; Barbera, 2008), premio Dante Graziosi e finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Radio 3 Rai, Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009) e Piccolo testamento (Laurana, 2011), presentato al Premio Strega 2012. Il suo ultimo romanzo è Per rivedere te (Barney, 2014).

Stefano Fugazza (Cantone di Agazzano, 1955-Piacenza, 2009) è stato direttore della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi a patire dal 1993 fino alla morte. Tra i suoi libri: Simbolismo (Mondadori, 1991), I pompiers. Il volto accademico del Romanticismo (Ilisso, 1992) e la curatela delle Pagine sull’arte di Gabriele D’Annunzio (Electa, 1986; Abscondita, 2012).

Emanuele Ferrari (Piacenza, 1965) ha partecipato ad alcune mostre collettive, tra cui “Piacenza. Una fotografia contro la discriminazione” (Biblioteca Passerini Landi, 2003), “Taboo&Totem” (Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, 2004). Suoi scatti compaiono in svariati numeri de “La Luna di Traverso”. Al 2006 risale la prima personale: “IN&OUT”, inserita nel programma del festival internazionale “Carovane”. Dopo un periodo di sostanziale inattività, nel 2013 si è avvicinato alla fotografia digitale, secondo gli insegnamenti di Pierre Feniello.

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